giovedì 4 febbraio 2010

Cuori biancoblù: Paolo Berlinguer - un ricordo


Questa pagina è dedicata a Paolo Berlinguer, politico, avvocato e sportivo sassarese, nato nel 1935 e scomparso a causa di un male incurabile nel settembre 2002. Appartenente ad una delle famiglie storiche della nostra città, ha lasciato un segno tangibile nella vita della Dinamo [nella foto: coach Cesare Pancotto, l'avv. Dino Milia e Paolo Berlinguer, alla Domenica Sportiva di Sandro Ciotti, gennaio 1990]. Lo ricordo con piacere, in piedi, dietro al tavolo degli arbitri, intento a seguire attentamente ogni azione della Dinamo, ovviamente accanto al suo amico e collega di sempre, l'Avv. Milia. Ho avuto la fortuna di conoscerlo di persona, e posso dire che era un gran signore, un interlocutore squisito, un nobiluomo (come si diceva una volta).
La parola a Dino Milia...
"Paolo Berlinguer, lo sportivo
Questa è una commemorazione voluta per ricordare un carissimo amico scomparso e per onorare la memoria di un cittadino integerrimo che della amicizia, della lealtà e della onestà aveva fatto la sua divisa. E qui siamo riuniti per ricordare con affetto e commozione Paolo a un anno dalla sua scomparsa, ricordarlo con i ricordi che si inseguono e si accavallano e che ci portano indietro nel tempo con tristezza e nostalgia.
Chi mi ha preceduto ha illustrato le doti di Paolo Berlinguer in modo brillante e completo. Io dovrei ricordarlo come dirigente sportivo della Dinamo, della quale fu per tanti anni vice presidente. E' difficile ricordarlo solo in tale veste perché le qualità umane di una persona non cambiano a seconda del ruolo che si riveste, perché Paolo non amava la pubblicità, perché mai accettò un'intervista alla radio o alla televisione, mai acconsentì a farsi fotografare e, se si accorgeva del fotografo che voleva ritrarlo, si portava le mani sul volto oppure girava la faccia dalla parte opposta, il tutto con fare apparentemente normale per mimetizzare la sua vera volontà.
Questo suo comportamento schivo e riservato superava, a mio giudizio, il limite direi del consentito, ma mentre il negarsi ai fotografi mi faceva divertire, perché era per me un fatto incredibile, il negarsi a una intervista mi faceva veramente imbestialire, perché i suoi pareri e le sue osservazioni avrebbero di certo avuto molta importanza nel mondo dello sport e in particolare di quello sassarese, nel quale si muove molto spesso una massa di tifosi ipercritici, spesso invadenti e ricchi di pretese e richieste assurde.
Quelle interviste mai date costituivano oggetto di discussione con me, sia pure breve, perché io sapevo che Paolo non sarebbe ritornato indietro e ben sapevo che il diniego di oggi era identico a quelli del passato e a quelli che avrebbero dato domani. Egli era capace di allontanarsi per realizzare questa sua volontà. E quando ritornava, soprattutto nel sottopassaggio del Palazzetto da dove assieme - per lunghi anni - abbiamo assistito alle partite commentandole fra noi due, egli poneva fine alle mie solite osservazioni con una battuta salace in sassarese che era fonte di sincera risata.
Ma per fare il dirigente sportivo occorre essere sportivi e amare lo sport.
Paolo Berlinguer amava lo sport, e non solo la pallacanestro. Amava l'automobilismo, amava il tennis, il calcio, il pugilato, il ciclismo e amava con tenerezza e furore il mare, le sue onde, il vento che gli sferzava il volto mentre in piedi pilotava la sua barca, sospinta dalla vela e dai venti. E se dovessi richiamare alla memoria la sua immagine più bella egli mi appare sempre nella sua barca vicino alla vela, felice e sorridente per i colori di quel mare, per la carezza del vento, per la bellezza abbagliante della sua Stintino. E perché egli ritornava in quei posti dove i ricordi della sua fanciullezza e dei suoi Avi avevano trovato albergo e dove gli anfratti, le scogliere e le spiagge gli parlavano di un'altra vita.
Ma il Palazzetto era il luogo di sofferenze per otto lunghi mesi dell'anno per Paolo come per me: sofferenze ed entusiasmi per tanti e tanti anni.
Io pregai Paolo Berlinguer di accettare la carica di vice presidente della Dinamo, primo, perché sapevo quale enorme collaborazione avrebbe potuto portare con la sua intelligenza e serietà, secondo, perché mi sarei affiancato un amico fraterno e sincero e terzo, gli dissi senza perifrasi, perché alla Dinamo serviva un nome di prestigio. Gli dissi scherzando "…vedi, tu quasi certamente già sei un rimbambito, ma ti chiami Berlinguer…". Egli si sfasciò dalle risate e poi si alzò dalla scrivania, mi si avvicinò e mi disse che accettava. Mi accorsi che era felice ed entusiasta e altrettanto lo ero io quando ci abbracciammo.
E questa sua passione per la Dinamo la dimostrò per tutta la sua vita. In tanti lunghi anni mai una decisione fu presa in contrasto fra Paolo e me. Mai. E questa mia categorica affermazione può sembrare assurda o incredibile ma è verità assoluta. E ci furono decisioni molto gravi e importanti e fatti ancora più gravi a danno della nostra società e a danno da parte di persone disoneste e truffatrici al di là della più galoppante fantasia. Gli amici dello studio di Paolo sanno tutto, e molto sa anche il professore ed amico Antonio Serra che con noi collaborò rimanendo sbalordito e incredulo per quello che apprendeva e leggeva.
Paolo in tutte queste delicate situazioni dimostrò di essere un grande dirigente per la sua freddezza nel valutare le cose, per la sua razionalità e per il suo equilibrio con i quali mimetizzava il suo stato di disgusto e di rabbia per i gravi torti che subivamo e il conseguente enorme danno economico. Questo comportamento verbale ed esteriore era permanente da parte di Paolo nel Consiglio della Dinamo, ma non quando eravamo a quattr'occhi.
(...) Infatti avevo notato che spesso Paolo mentre discuteva si vedeva che non abbandonava le note musicali perché muoveva inavvertitamente o quasi meccanicamente una mano o un dito come per dirigere il tempo dell'orchestra. Ciò avveniva anche nel suo studio. Nessuno pensi che sia cosa facile dirigere società ricche sempre di problemi economici, tecnici o disciplinari, con rapporti finanziari per miliardi dei quali si risponde personalmente.
Un giorno gli dissi che il sacro di Beethoven non si addiceva al profano della Dinamo. E così con un sorriso spense la musica.
Paolo era un dirigente sereno e questa serenità si sommava alla sua intelligenza e competenza anche perché aveva giocato per vari anni alla pallacanestro. Non ho mai visto Paolo veramente arrabbiato: al massimo uno scatto d'ira e poi la normalità non esteriore ma interiore e psichica con la quale continuava a discutere al di fuori dell'emotività.
Per essere sportivo occorrono molte doti e per essere un bravo dirigente sportivo occorre essere sportivo. Sportivo significa amare lo sport come fatto sociale oggi di rilevante importanza, come fonte di educazione sociale ed etica. Sappiamo tutti che questo spesso non avviene, ma il dirigente deve ricordare che lo sport ha questi valori sociali e morali che insegnano il rispetto dell'avversario, la correttezza alla base di qualunque rapporto, la lealtà, il rispetto della sacralità dell'uomo. Queste doti erano tutte di Paolo e per questo egli fu un grande dirigente della Dinamo.
Alle dette doti aggiungeva la diplomazia che inseriva sempre con tecnica da schermidore, quando si andava a perorare la causa della nostra società in alto loco. Molti possono ritenere che una sponsorizzazione di livello sia opera di una chiacchierata di poche ore: occorre pervicacia, intelligenza loquela, amicizie e conoscenze politiche con riferimento alla controparte. In questo Paolo era ottimale, soprattutto perché avevamo soltanto amici e perché era risaputo che la Dinamo mai aveva mischiato lo sport con la politica.
Il dirigente mai può essere uomo fazioso né il tifo può confondersi con la faziosità. Paolo era molto democratico con tutti, anche se non apprezzava l'eccessiva confidenza di chi non conosceva bene. Un giorno un tale, del quale taccio il nome per opportunità, gli disse "Avvocato, noi possiamo darci del tu" ed egli, che non voleva contraddirlo, rispose "veda Lei, faccia come ritiene".
Paolo Berlinguer seguiva sempre la squadra in casa e qualche volta nella Penisola, assisteva a molti allenamenti e, soprattutto se gli dicevo che la sua presenza era importante, non mancava all'appuntamento. Quando dovetti cambiare in un campionato tre o quattro allenatori, ciò feci sempre con l'accordo di Paolo al quale illustrai i motivi di dette onerose, più che dolorose, decisioni; egli discusse a lungo concludendo che ammirava il mio coraggio ma che la decisione, se si poteva, era da prendere. E furono prese.
(...)Quando veniva in trasferta erano sempre gite piacevoli e gli atleti gli erano affezionati perché si accorgevano sempre che avevano a che fare con un dirigente per bene, corretto, ricco di consigli e di simpatia, signore sempre, non solo nei modi e nelle forme. Da ciò discendeva la sua autorità, che tutti avvertiamo e che egli non ricercava.
Ma la telefonata che non poteva mancare era quella del dopo partita quando Paolo era assente.
Se la Dinamo vinceva la telefonata sua o della moglie Marina era "ma lo sai che hai una squadra forte?", in tono più o meno ironico. Se perdeva, ero io a telefonare per dirgli che la loro squadra faceva pena.
Così volarono tanti anni. Una mattina dei primi mesi del 2001, verso le 9.30, mentre entravo nel Palazzo di Giustizia, sentii la sua voce che mi chiamava. Si avvicinò, mi prese per un braccio e con voce debole mi disse: "Ho il cancro". Rimasi come fulminato, lo guardai in faccia e vidi che i suoi occhi erano pieni di lacrime. Non trovai parole. Capii subito che era certamente vero quanto mi aveva detto e che il calice di cristallo che conteneva la sua vita stava per frantumarsi.
Passarono tanti giorni pieni di apprensione e di timore ma di poi ogni mese che trascorreva la speranza di migliorare diventava sempre più seria. Improvvisamente, nell'autunno 2001 mi chiamò e andai nel suo studio. Mi venne incontro e mi disse: "Ti do una notizia eccezionale: sono guarito!" Era felice, allegro, sorridente, era il Paolo di prima e stava veramente bene, tanto che decidemmo di trascorrere il capodanno del 2002 fuori dall'Italia con Marina e mia moglie. E così fu. Riparlò con foga della Dinamo, della squadra, degli sponsor, felice che la malattia fosse ormai lontana, alle sue spalle.
Poi in aprile tutto precipitò, gli appuntamenti saltarono sempre, gli incontri vennero rinviati, al telefono non riusciva a parlare e io doverosamente non lo chiamavo. Ma alla fine di ogni partita mi chiamava per avere notizie dettagliate e io rimanevo allibito di ciò. L'ultima volta, in vita, lo vidi all'ospedale.
Entrai nella sua camera, era a letto sereno e sorridente, con intorno le sue tre figlie e Marina.
Io - per dire qualcosa - gli dissi che con i suoi dolori alle gambe aveva scocciato ormai anche i medici che facevano finta di credergli. Mi guardò sorridendo e mi disse "vedi che mi sta vicino? Le mie tre figlie e mia moglie. Dimmi se non sono fortunato". Mi trattenni pochi minuti, lo salutai stringendogli un piede anziché la mano e dopo avermi detto che appena usciva dall'Ospedale avrebbe organizzato una cena a Stintino.
Non lo rividi e non lo sentii più. Rividi il suo corpo nella cappella privata di Sant'Orsola. Rimasi per mezz'ora da solo con lui. Il suo spirito era già volato lontano. Arrivarono tutti gli atleti della Dinamo e si schierarono vicino alla sua bara per esprimere a Marina e ai familiari il loro cordoglio e quello di tutti gli sportivi. Se ne era andato un grande silenzioso dirigente sportivo che tutti amavano. Se ne era andato un grande amico e un grande cittadino che a tutti aveva regalato uno scrigno di ricchezze morali.
Io rimasi da solo ancora e a lungo e pensai a tutte le cose che oggi vi ho raccontato e a tante altre. Ritornò nel mio intelletto e nel mio animo la musica del mare di Stintino, delle sue onde e delle sue scogliere, e rividi le forbici da potatore in mano a Paolo e le note delle sinfonie di Beethoven che accompagnavano il suo lavoro, note che egli infinitamente amava. Lo guardai intensamente nel volto, gli accarezzai la fronte e capii che quella musica del mare con le note immortali di Beethoven avevano di certo accompagnato il suo spirito nei cieli abbaglianti dell'eternità, cieli senza orizzonti, senza solitudini, e dove immutabili sono la serenità e la pace. E dietro a quelle note musicali immortali mi sembrò di udire ancora l'urlo di Paolo dirigente e tifoso, che si allontanava per sempre da noi, che egli lanciava alla squadra nei momenti difficili "Forza Dinamo".
Poiché la vita è fatta di grandi e piccole cose e Paolo aveva ricordato a chi se ne era scordato che l'onestà e il senso di responsabilità mettono sempre le piccole e grandi cose sullo stesso piano e che il suo amore per la Dinamo era il riflesso del suo grande amore per la sua città di Sassari".
Dino Milia
(discorso tenuto dall'avv. Milia a Sassari, nel settembre 2003 ad un convegno di commemorazione di Paolo Berlinguer, come politico, avvocato e dirigente sportivo - atti tratti dal sito ufficiale del Consiglio Regionale Sardo)

2 commenti:

Skywalkerboh ha detto...

E bravo Dino :)

SoloDinamo ha detto...

sì molto bravo...personaggio incredibile,
d'altri tempi. Mi sono dimenticato di scrivere
un fatto curioso, e cioè che Dino è sempre stato fieramente di destra, monarchico, mentre Berlinguer era dello schieramento opposto (si sa bene che era il cugino
di Enrico). Ebbene, i due andavano d'accordo,
nonostante la differenza abissale tra le loro idee politiche. Era sempre vicini, al Palazzetto, assai uniti, era difficile vederli litigare. Evidentemente non parlavano
mai di politica ! :-)))